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Salute

Microplastiche nell'acqua potabile: cosa dice davvero la scienza

L'OMS stima che ingeriamo fino a 5 g di plastica alla settimana. Bisogna preoccuparsi? Cosa si può fare concretamente? Il punto in chiaro.

5 giugno 2026 6 min di lettura
Particelle di microplastica colorate in sospensione nell'acqua

Uno studio dell'Università di Newcastle, ripreso dal WWF nel 2019, stimava che ingeriamo in media 5 grammi di microplastiche alla settimana — l'equivalente di una carta di credito. Da allora nuovi studi hanno affinato queste cifre, ma la constatazione resta: le microplastiche sono ovunque, acqua compresa.

Da dove provengono?

  • Usura degli pneumatici (prima fonte nelle acque superficiali)
  • Lavaggio di capi sintetici (fibre < 5 mm)
  • Degradazione degli imballaggi in plastica
  • Bottiglie in PET: rilascio diretto durante lo stoccaggio e l'esposizione al calore

L'acqua in bottiglia ne contiene più di quella del rubinetto

Un importante studio pubblicato su PNAS nel 2024 (Columbia University) ha rilevato in media 240 000 particelle di plastica per litro di acqua in bottiglia, ossia da 10 a 100 volte più di quanto stimato in precedenza. L'acqua del rubinetto ne contiene nettamente meno, ma non zero.

Le raccomandazioni attuali

Nel suo rapporto del 2022, l'OMS considera «bassi» i rischi sanitari delle microplastiche nell'acqua potabile ai livelli attuali, pur chiedendo maggiori ricerche. Il principio di precauzione resta valido.

Filtrare riduce l'esposizione

Un filtro in ceramica da 0,5 micron trattiene la maggior parte delle microplastiche visibili e dei frammenti superiori a questa dimensione. Abbinato al carbone attivo, cattura per adsorbimento anche una parte delle nanoplastiche. Non è una soluzione miracolosa, ma un gesto semplice che riduce l'esposizione quotidiana.

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